come dice il sottotitolo, siamo due esaurite

Gryffy è quella seria e pubblica su questo blog i suoi pensieri e le sue poesie

I Like Trains racconta le sue esperienze demenziali di pendolare sociofobica


domenica 9 giugno 2013

Ultimi aggiornamenti

Ultimi nel senso che non credo questo blog verrà mai ripreso.
Non credo nemmeno che a qualcuno interessi particolarmente, ma dato che riceve ancora qualche visualizzazione, proveniente da google, da altri blog e da strani siti dagli url poco credibili, ho pensato di mollare qua un link al mio nuovo blog, che è utile più o meno quanto quello vecchio, ma ci sono più disegnini, più scleri random e meno lettori!
Insomma, qua sotto c'è il link, buttateci un occhio se vi va :)
http://delirietilici.blogspot.it/ 

martedì 27 marzo 2012

Diario di vita pendolare #9

Qualche giorno fa ho avuto l'ebbrezza di partecipare ad un attraversamento di binari di massa, causa coincidenza impossibile del mio treno in ritardo con un altro che ovviamente doveva partire dal lato opposto della stazione. Ma al di là di ciò (e del fatto che è stato il mio primo attraversamento di binari senza far uso degli appositi sottopassaggi) la mia rinnovata vita pendolare non è stata molto esaltante. Perché sì, ho ripreso questa esistenza ingrata e il motivo per cui avevo abbandonato il blog, oltre alla mia pigrizia quasi patologica, è stato il fatto che per sei mesi avevo smesso, o meglio, avevo cambiato mezzi e stavo facendo la pendolare in autobus. Ora, gli autobus delle tratte extraurbane non sono mezzi molto più ospitali del treno, ma offrono meno opportunità per fare esperienze grottesche e molte più possibilità di evitare il contatto con altri esseri umani. I treni da questo punto di vista non lasciano scampo, neanche le più sofisticate strategie di evitamento, neanche il sonno, neanche svegliarsi di buon umore e amare la vita e il prossimo possono salvarti dall'odio per l'umanità a cui in pochi minuti lo scompartimento di un regionale ti porta. E poi sull'autobus ci sono pochi pendolari fissi e quei pochi di solito non danno particolari segni di squilibrio psichico (io sul mio ero l'unica, credo).

In compenso mi va di affrontare un argomento che finora non ho mai avuto occasione di approfondire in nessun altro post. E cioè: la gente che ti chiede di liberargli un posto dal tuo cappotto e dalla tua borsa per... metterci la propria! Ebbene sì, esiste anche questo. Non è un comportamento molto frequente o diffuso (in sei anni mi è capitato due volte) ma solleva comunque dei dubbi di una certa rilevanza sul cervello umano e sui suoi funzionamenti. Nello specifico, la prima volta si trattava di un signore piuttosto ben vestito e di modi snob, che su tre posti liberi attorno a me, mi chiese quello con la mia borsa per poi metterci la sua e sedersi di fronte. Cosa che mi lasciò di sasso, perché se proprio non gli ispirava fiducia il terzo posto, poteva sempre lasicarla accanto alla mia e ci sarebbe stato tutto lo spazio per infilarcene altre due. E ieri mi è ricapitata la stessa cosa, solo che stavolta erano in tre: un uomo, una donna e la di lei borsetta. Entrambe queste esaltanti esperienze le ho avute su treni praticamente vuoti (o non ci sarebbero stati tre posti liberi intorno a me) e quindi se i soggetti in esame avessero avuto dei tic o delle ansie specifiche per cui avevano bisogno di disporre se stessi e i loro attributi materiali in un determinato modo, avrebbero benissimo potuto accomodarsi altrove. Ma vabbè.
Vagamente simili sono le persone che si alzano da due posti dietro di te, e senza guardarti né dirti nulla vengono ad aprire il finestrino accanto al quale tu sei seduta, meravigliandosi se si beccano un'occhiata omicida. Il tizio in questione era probabilmente infastidito dal puzzo (piuttosto penetrante) di latrina, che esalava dal bagno in fondo allo scompartimento, ma era sera e faceva freddo. Senza contare che esiste un organo appositamente concepito per emettere suoni e comunicare verbalmente con le altre forme di vita senzienti che incrociano la nostra strada, del quale avrebbe potuto fare uso per, non dico chiedermi il permesso, ma almeno informarmi sulle sue intenzioni.

So che non c'è niente di particolarlmente terribile in tutto ciò e mi rendo conto che la mia (in)naturale predisposizione alla misantropia mi abbia reso questi episodi più sgradevoli di quanto non lo sarebbero stati per una persona normale. E sono consapevole che io per prima in fatto di abilità sociali stia sottoterra (è tanto se ho imparato l'uso del "grazie" e del "prego", che spesso comunque, nella fretta e nell'ansia, sostituisco con un "sì sì", un "no no" o un balbettamento random e indecifrabile) ma mi chiedo comunque che cosa possa spingere delle persone ad esternare tanta candida arroganza verso il prossimo. Ignorano di avere degli atteggiamenti che implicitamente hanno la stessa valenza e delicatezza del salutare qualcuno sputandogli in un occhio o quello è proprio il loro modo standard di affrontare la vita e il prossimo? E se sì, hanno trovato degli amici, un lavoro, un partner? Come hanno fatto? Sicuramente con molte meno difficoltà di me. La prossima volta che ne incontro una mi prenoto per un corso intensivo...

lunedì 13 giugno 2011

disegnino



Il prototipo del pendolare a vita

un disegnino che ho fatto sul treno (incredibile ma vero) qualche tempo fa

giovedì 2 giugno 2011

diario di vita pendolare #8

02/06/2011
In realtà avrei da fare ben altro che questo, ma visto che tanto il tempo non mi basta nemmeno per fare una lista mentale di tutte le cose che avrei da fare, non vedo perché non dovrei sprecarlo per scrivere sul blog.
Insomma, il succo del discorso è che da alcuni giorni, e per poco suppongo, sto facendo la pendolare su una nuova tratta. Ora, il mio nuovo luogo di destinazione nonché di lavoro massacrante è ad appena un centinaio di chilometri dal mio amato borgo natio, eppure sembra di essere in un altro mondo. O perlomeno la sua fauna pendolare è alquanto esotica. Gli usi e costumi pendolari qui sono completamente diversi da quelli della mia zona: pare che al posto della malcelata misantropia e diffidenza da cui sono affetti quasi tutti i miei conterranei, questa gente nutra un malsano bisogno di calore umano. Non ho ancora ben capito se si tratta di socievolezza, carenza d’affetto o paura fobica della solitudine, ma è veramente difficile stare in pace sui treni per quello che per comodità chiamerò Posto di Lavoro. La cosa terribile è che sono anche molto meno affollati di quelli che prendo di solito e quindi ci sarebbe tutto lo spazio per avere almeno quattro o cinque posti liberi a testa. Invece quella mezza dozzina di persone che ci sono in ogni scompartimento vanno sempre sistematicamente a sedersi le une vicino alle altre. Giusto l’altro giorno ho fatto un intero viaggio da sola in uno scompartimento con un tipo seduto accanto (e sono abbastanza sicura che non stesse tentando qualche approccio nei miei confronti).
L’altra cosa terribile è che i pendolari per Posto di Lavoro parlano, e lo fanno spesso, a voce alta e anche fra sconosciuti. Rivolgono la parola perfino a me che mi nascondo dietro occhiali da sole, libro e lettore mp3. Inoltre sorridono e a volte salutano quando ti si siedono accanto, tutti convenevoli che nella mia zona non vengono sfoggiati praticamente mai (tranne che si voglia interpretare uno scambio di occhiate omicide come forma di saluto).
E la cosa peggiore di tutte, su questa nuova tratta pare essere tornato di moda fissare con insistenza i propri vicini di posto per tutto il viaggio. Credevo che fosse un divertimento che perde d’interesse con la fine dell’infanzia e con cui in seguito solo alcune persone gravemente disturbate continuano a sollazzarsi, ma pare che qua sia uno sport praticato anche dai pendolari comuni. L’altro giorno ho fatto venti minuti di treno con un tizio esasperante che mi guardava fisso e anche ieri c’era una ragazza che pareva volesse scansionarmi da capo a piedi.
Insomma, questo dovrebbe bastare per avere un quadro generale della mia nuova tratta di viaggio e delle mie perplessità in merito alle differenze culturali che si riscontrano fra Monculi l'Amato Borgo Natio e Posto di Lavoro. Le singole esperienze grottesche di queste settimane, invece, le pubblicherò in un post successivo. O anche in più di uno, visto che l’incombere dell’estate pare avere un effetto psicologicamente destabilizzante sia sui pendolari che sull’amministrazione delle ferrovie.

Diario di vita pendolare #7

Piccolo OT

È da un po’ che penso quanto questo blog mi sia utile. Non come terapia alle mie ansie o piattaforma di divulgazione della mia idiozia, ma come esercizio di scrittura. A non avere mai tempo per scrivere e nessuno a cui far leggere le proprie cose, si tende a cadere lentamente nell’analfabetismo e fare una fatica bestiale per mettere due parole in fila. Me ne rendo conto con soddisfazione (e sofferenza) ogni volta che scrivo un nuovo post. 

martedì 3 maggio 2011

diario di vita pendolare #6

Pare che il destino non voglia proprio farmi cambiare tema al blog. Da quando ho deciso di abbandonare il diario di vita pendolare mi sono capitate più situazioni grottesche che mai. Anche oggi, mentre stavo allegramente tornando a casa dal lavoro e mi godevo il clima più estivo che primaverile, ho avuto l’ennesimo momento epifanico di cui la vita pendolare è tanto prodiga. Mi ero trovata un posto in cima al convoglio e quindi oltre al caldo mi godevo anche la solitudine (soprattutto quella, a dire il vero). Il treno si è fermato alla stazione prima della mia come è normale che faccia, ma, cosa meno normale, non è ripartito. C’era ancora il sole, la stazione era deserta e immersa nella luce calda del tardo pomeriggio. Sui binari accanto erano fermi due treni coi vagoni cisterna, di quelli che trasportano sostanze infiammabili. Mi sono persa a guardare i riflessi di luce sui vagoni arrugginiti e le nuvole di polvere che passavano, trasportate lentamente dal vento. Dopo aver ascoltato una decina di canzoni sull’I-pod e aver visto un treno passare nella stessa direzione, però, ho cominciato ad avere dei dubbi e ho deciso di scendere per vedere cosa stava succedendo.

Scendo e vedo il controllore, il capotreno e altre due o tre persone accucciate accanto al treno con un estintore. Puzzo di bruciato e la schiuma dell’estintore sparsa sulla parete del vagone. Fortunatamente ho trovato un altro treno per proseguire, altrimenti forse sarei rimasta seduta là dentro fino al tramonto. Poi mentre mi mettevo gli occhiali da sole (perché l’altro treno era pieno di gente) ho pensato che le nuvole di polvere dovevano in realtà essere il fumo dell’incendio e che il loro pittoresco passaggio davanti alle cisterne di benzina non era poi una cosa tanto tranquillizzante. Ma vabbè, è sempre bello sapere che i treni possono prendere fuoco e che certamente lo faranno nel posto meno opportuno. Era un’esperienza che mi mancava.

martedì 19 aprile 2011

diario di una vita pendolare #05

19/04/2011
Questo è ancora per la serie esperienze grottesche in treno. O più in generale riflessioni esistenziali sulla vita.

Oggi ho avuto la fortuna di trovare quattro posti tutti liberi sul mio solito treno della mattina. Mai fidarsi di quattro posti liberi. Una specie di sadica legge della natura vuole che la fortuna di avere tanto spazio tutto per sé venga punita dopo massimo due o tre stazioni dall’avvento di famiglie, comitive, ubriachi e qualsiasi altra categoria che il mio senso del politically correct non mi permette di sbeffeggiare, ma che è stressante avere seduti accanto (tipo bambini, per intendersi).

Nel caso specifico si è trattato di una coppia di settantenni che già col fatto di salutarmi hanno dato ad intendere che non erano pendolari ma viaggiatori occasionali. I pendolari fra estranei non si salutano mai (è già tanto se si guardano) e soprattutto non fanno una di quelle cose che i non pendolari invece sembrano apprezzare particolarmente: attaccare bottone. Prevedendo qualcosa del genere ho alzato il volume dell’I-pod e ho avvicinato il libro sull’ansia sociale al viso, ottenendo il doppio effetto di mostrare discretamente il mio non-interesse e fargli vedere il titolo del libro, cosa che è bastata a dissuaderli.

Mentre loro parlavano sottovoce (devo ammettere che erano molto rispettosi) e si tenevano candidamente per mano, è salita un’altra arzilla vecchietta, sugli ottant’anni suppongo, e si è seduta sul posto rimasto libero. Ho maledetto il destino. Ovviamente ha subito iniziato a socializzare con gli altri due e hanno preso a raccontarsi le rispettive vite. La nuova arrivata era in viaggio da sola con una macchina fotografica e una lista di musei da visitare. Si è fatta dare qualche consiglio sui posti da vedere e poi ha cercato di fare delle foto dal finestrino (sulla metà delle quali si vedrà probabilmente il profilo della sottoscritta in controluce). Comunque l’ho ammirata. Non credo che sarei capace di fare la turista allo sbaraglio adesso, figuriamoci fra 60 anni.

Quindi al di là del fastidio dovuto alla loro mera presenza, devo dire che tutti e tre mi sono rimasti simpatici. Però mi hanno anche spinta a pormi delle serie domande, nei limiti delle mie capacità cerebrali a quell’ora di mattina. Voglio dire, sembravano tutti e tre più giovani di me. Non che ci voglia molto, ma è comunque inquietante.